Per I Dialoghi del vino Paolo Massobrio intervista Lorenzo Corino

Un titolo così Lorenzo Corino non me l’avrebbe mai approvato, ma tant’è. Lui è un personaggio determinato e pacato, piemontese coi modi e la signorilità d’altri tempi, ma anche con un nonno toscano, che deve avergli trasmesso la tempra. L’ho incontrato una quindicina di giorni fa in Toscana, in mezzo a una vigna pazzesca, che chiamano Monte Cavallo. Ho fatto fatica a salire fin dove era lui, mentre osservava e dava le direttive agli operai della vigna per eseguire le potature ideali per quel luogo. Già il luogo è un suo mantra, e la lettura dei terreni è la sua passione.
corino-manuli.jpgLorenzo Corino con Antonella ManuliQui in Maremma, nei pressi della terme di Saturnia, lo ha chiamato Antonella Manuli, una donna del vino determinata che conduce La Maliosa, azienda impostata totalmente sul metodo Corino che è anche un libro, un manuale, che descrive la sua filosofia e che è stato portato anche in Giappone e negli States (il titolo è: L’essenza del vino e della viticoltura naturale). Nel libro di Corino c’è tutto della sua filosofia e anche della sua storia, ma a me piace sentirmelo dire da lui, perché quando uno racconta della sua carriera tira fuori dei particolari che svelano meglio la personalità.
corino-foto_libro.jpgPaolo Massobrio con Lorenzo Corino presenta il libro "L'essenza del vino"Lui nasce a Costigliole d’Asti il 6 dicembre del 1947 e il luogo dove abita è una borgata che porta il nome di località Corini, a indicare la sei generazioni di vignaioli cui lui appartiene. Il bisnonno Luigi però gli è caro, perché oltre a coltivare la terra faceva l’orologiaio e quindi Lorenzo era affascinato dall’idea della precisione che fa funzionare le cose. Va a scuola dai Salesiani a Lombriasco (Torino) e poi, senza sapere dove fosse Piacenza, segue il consiglio del suo professore di agronomia che gli dice che assolutamente deve fare Agraria. E lì passa gli anni più belli della sua vita, non solo perché esce per la prima volta dai confini della propria regione, ma per l’incontro con i suoi compagni di scuola che arrivano da ogni parte d’Italia. E a loro rimane legato, tant’è che una volta l’anno, ancora oggi, si ritrovano, grazie all’iniziativa di padre Claude Duverney, che sostituì, ad Aosta, il canonico Vaudan, preside dell’Institute Agricole dove, ironia della sorte, sono stato proprio questa settimana. E di Claude mi racconta che, per festeggiare i suoi 80 anni, ha fatto una passeggiata a piedi da Aosta a Roma, lungo la via Francigena. Gli piacciono le persone così, insomma: determinate e capaci di lanciare sfide. Dopo la laurea va a militare negli Alpini, a Cuneo (“siamo uomini di mondo noi, abbiamo fatto il militare a Cuneo”, diceva Totò) e poi vince una borsa di studio a Cambridge dove si specializza in cerealicoltura e piante arboree. E poi finisce a Conegliano Veneto, all’Istituto enologico che ha un distaccamento ad Asti, dove nel 1979 tornerà, per stare a fianco del Professor Luciano Usseglio Tomasset, direttore dell’Istituto Sperimentale per la viticoltura. Poi quando il professor Usseglio verrà a mancare, toccherà a lui, che vi resterà fino al 2012.

Cos’è il Metodo Corino se lo dovessi sintetizzare?
“È un atteggiamento agricolo che si rifà a criteri di lungimiranza, sostenibilità e rispetto della biodiversità. È un metodo rigoroso se applicato alla vite che viene sottoposto alla verifica scientifica".

Ma nello specifico?
"Riguarda innanzitutto la vita biologica dei suoli e quindi la capacità produttiva di un ambiente e lo studio dei suoi effetti sui luoghi".
corino-panoramica-vigneti.jpgLe vigne coltivate secondo il "metodo Corino"Un atteggiamento attuale e antico direi…
"Antico sì, perché chi mi ha fatto luce è stato mio padre che non ha mai scelto le vie brevi, ma sempre l’osservazione perché la complessità del mondo agricolo è enorme".

Attuale, ça va sans dire…
"Eh sì, in cinquant'anni gli investimenti in fitofarmaci sono stati devastanti ed hanno lasciato conseguenze negative nei suoli, pensiamo solo alle falde acquifere inquinate".

Oggi bisogna cambiare rotta...
"Sì, ma non è più una scelta: siamo obbligati. Anche il ragionamento industrialistico di costi e ricavi non è più attuale".

Perché?
"Gli effetti secondari causati dalla necessità di aumentare i ricavi chi li paga? La fragilità attuale della Val Padana chi la sana? Ci vorrà qualche decennio, forse un secolo..."

Però abbiamo intrapreso la strada giusta, sembra, se il neo Governo ha sbandierato come novità un ministero dedicato proprio all’Ambiente e se persino il Papa, da anni, batte il chiodo su questi temi.
"Sì, è così, i cambiamenti arrivano sempre prima delle leggi".

Cosa ti ha dato l’esperienza toscana della Maliosa?
"Mi ha arricchito sotto tanti punti di vista: sul piano umano, ma anche sul piano scientifico. Piemonte e Toscana sono ambienti diversi: da noi il terreno è come il burro al confronto. Ma qui ho potuto applicare senza contrapposizioni tecniche come l’inerbimento dei vigneti o la pacciamatura, osservando un ambiente di grande complessità biologica che andava semplicemente rispettato. Se dovessi fare un paragone direi che qui siamo agli albori rispetto alla Langhe che hanno un’intensità colturale ormai satura. E poi ho potuto capire il valore dei terreni vulcanici".
corino-indicazione-vigna.jpgLa vigna Monte Cavallo in ToscanaMa quando parli il tuo riferimento alla qualità va sempre nella direzione dei terreni...
"Certo, la mia domanda primaria è come si produce la qualità dei suoli, o come la si conserva".

Ma la qualità dei suoli poi significa anche qualità del vino che beviamo?
"La mia risposta è sì, ma attenzione: non si parla solo di qualità enologica".

Cioè?
"Oggi c’è un interesse anche a vini che facciano bene, al netto dell’alcol il cui abuso è sempre deprecabile. In Giappone hanno imparato molto velocemente questo concetto e sono riusciti ad andare anche oltre al gusto, tant’è che quando ti fanno domande su un vino ti chiedono nozioni sui criteri ambientali".

In ogni caso si parla di un vino che costa di più: a chi lo produce e a chi lo acquista.
"Per forza, ma qui siamo dentro a un concetto di artigianalità, dove non è possibile espandersi più di tanto e quindi ottimizzare i costi di produzione. C’è quindi un’artigianalità del vino ma anche un’industrializzazione del vino".

Non ti chiedo da che parte stai…
"Senza voler essere ideologico io sto dalla parte del valore del luogo; se una scelta colturale impoverisce un luogo non va bene, e magari chi si è arricchito è uno solo. Il tema è l’origine, la salvaguardia dell’origine. Se si usano fertilizzanti, anticrittogamici e via dicendo l’origine non la trovi più perché il luogo si è impoverito".
corino-lui-in-vigna.jpgLorenzo Corino tra i vignetiAllora bisogna ripensare ai disciplinari dei vini Doc, se ragioniamo così...
"Esatto, bisogna ripensare a cos’è l’origine. Che in molti casi è stata tradita dalle quantità di produzione, dal gioco costi e ricavi senza una visione".

Quindi i disciplinari sono inadeguati rispetto al cammino ambientale che è stato intrapreso?
"Direi di sì, se pensiamo a certi vitigni che hanno raddoppiato le quantità non rispettando più la vocazione del proprio territorio. Pensando a certi vini che ne derivano, dico che producendo un terzo si andrebbe a valorizzare il potenziale del vitigno stesso, mentre il mercato porta spesso a massificare una produzione, anche dal punto di vista qualitativo e a reprimere le potenzialità. Se poi certe viti si piantano anche in pianura per produrre sempre di più, lo sfacelo è sotto gli occhi".

Se tu fosse ministro dell’Agricoltura dunque faresti come un altro astigiano, Gianni Goria, che mise mano alla riforma delle Doc.?
"Ah ah, sì farei così, anche perché lo vediamo tutti che gli impianti vitati hanno un invecchiamento precoce. C’è un perché a tutto questo, mentre sappiamo bene che il vigneto vecchio ha un valore, anche dal punto di vista della qualità dell’uva. La vigna non è una macchina produttiva, la vigna è ambiente. Quindi è urgentissimo rifare i disciplinari e che si rivedano in un’ottica di sostenibilità".

Il discorso fila liscio, sennò cosa serve riempirsi la bocca di parola come ambiente e sostenibilità?
"Bisogna reintrodurre dei principi su come si deve produrre, che già c’erano e che nel giro di 30 anni abbiamo scientemente dimenticato".

Ma nessuno ci sta pensando?
"La realtà produttiva non si specchia quasi mai nelle leggi, perché nella vita è sempre in atto il cambiamento. La verità è che certe cose non si fanno solo per legge, ma per una sensibilizzazione generale, che è quella che sta contagiando tanti produttori".
corino-passeggia.jpgLorenzo Corino passeggia sorridente in mezzo alle vigneE che dire allora dei vini naturali?
"È un dato di fatto, questi vini si sono imposti e ad un certo punto hanno dimostrato di avere mercato".

Anche se alcuni non erano buoni…
"Eh no, il vino deve essere buono, sennò ricadiamo dell’ideologia".

E quindi cosa si sta facendo?
"L’OIV (Office International de la Vigne et du Vin, che è un organismo indipendente di valutazione ndr) se ne sta occupando ora, hanno preso atto che bisogna entrare nel merito dei vini con lunghe macerazioni per esempio, ma anche di vini che nascono da un criterio di sostenibilità importante. Quindi vogliono mettere delle regole per identificare quella tipologia di vino che non si può certo chiamare naturale”.

Ma non bastava la certificazione bio?
"Quella è il primo scalino, è una pratica amministrativa, dove si sono buttati in tanti. Ma stiamo parlando di un’altra cosa. Ad esempio di vini prodotti non con una logica massiva e una tecnologia imperante. Questi sono esattamente l’altra faccia della medaglia. Però c’è bisogno di riconoscibilità di un segmento che deve essere solido, credibile e buono".

Cos’è un vino buono?
"Sapere da dove arriva. Io, prima di assaggiare il vino, voglio vedere la vigna. Poi, per me è buono se ha sentori veri, anche antichi. Vini che sanno del territorio dove sono nati, che sono diversi da un’annata all’altra, perché il vino non si può mai standardizzare. Da una vigna puoi estrarre l’anima di un territorio".

Ma la vigna si può piantare ovunque, se si seguono certe pratiche virtuose?
"No, assolutamente no, perché la qualità del suolo è oggettiva e poi c’è l’esposizione e tantissime altre cose che già si sanno".

L’empirismo è una scienza esatta quindi.
"Certo, i nostri vecchi, con la pazienza e la sedimentazione del tempo, sono arrivati a delle certezze, scoprendo cos’è la vocazione di un terreno. Ci sono stati secoli di osservazione. E non c’erano vigneti enormi, ma diffusi. Oggi fai un vigneto enorme perché hai le macchine, la tecnologia, ma quanto tutto questo rispetta il suolo?".

Con questa domanda finisce la nostra chiacchierata, che ha messo il dito su una piaga, se vogliamo chiamarla così, che è l’inesorabile cambiamento a cui tutto il mondo è chiamato. E la sostenibilità, da parola vuota, alla moda, sta assumendo i contorni di scelte coraggiose e dirimenti. Che investiranno necessariamente anche la politica.