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La Corte Lombarda dei Cacciatori

Paolo Massobrio | 18-02-2017

Qualità, buona cucina e una sana accoglienza lombarda a prezzi più che onesti

In questa osteria fuori porta ci venivo con Bruno Lauzi che abitava a poche distanze, a Milano san Felice. Anch’io da bambino avevo imparato a conoscere questi luoghi, con le gite in bicicletta dal quartiere Feltre di Milano all’Idroscalo. La Trattoria dei Cacciatori è in questa campagna, solida, a Longhignana di Peschiera Borromeo (via Trieste, 2 - tel. 02 7531154) come lo sono le corti lombarde di un tempo. E se il grande posteggio auto mette timore per i grandi numeri, dopo la mia visita dico con tutta sincerità: non temete. La prova l’ho avuta quando nell’anticucina ho visto l’anziano patron Mario Temporali affettare personalmente il prosciutto di Sant’Ilario, ma anche una straordinaria coppa del Salumificio Chiaroni che va a cercare di persona e la mariola, verace salame emiliano.

D’inverno ci si accomoda volentieri nella teoria di sale di questo locale che ha pure un dehors invitante per la bella stagione. Eravamo una comitiva di 20 persone, ma ci siamo sentiti accolti, serviti coi tempi giusti.

La carta dei vini è ben fornita, anche se mi sarei aspettato qualche etichetta in più di vini rossi frizzanti che ben si sposa con questa cucina padana (più Lambrusco, Barbera e Bonarda!).

Ma veniamo al menu che rivela una serie di valori non banali per una cucina che ha dei riferimenti certi. Per esempio è attenta alle stagioni, visto che in carta a gennaio c’era la ghiotta insalata di puntarelle con acciughe, ma anche la zuppa di cavolo nero oppure la sfoglia ripiena di bietoline. Mi ha poi colpito la ragionata politica dei prezzi, per cui il culatello e il foie gras serviti come si deve e con soddisfazione hanno il prezzo adeguato al valore della materia prima, mentre altri piatti sono sotto gli 8 euro.

Si parte poi con l’assaggio dei salumi di cui dicevamo prima, con un cotechino caldo con purea a lenticchie. E qui ti senti già di buon umore. Poi guardi i primi e ritrovi un must come le pappardelle al ragù di cinghiale. Ben fatti i maccheroni caserecci al ragù di salsiccia, da provare gli gnocchi di patate e spinaci con salsa di parmigiano. E attenzione: non c’è il risotto. Che a questo punto considero un indice di serietà, visto che un risotto ha i suoi tempi che non sempre si conciliano con una cucina di grandi numeri che però vuole mantenere la qualità. Meglio non rischiare. Bravi! E a questo punto è festa con i secondi: la cassoeula (ben fatta, di porzione giusta, perfettamente amalgamata), il coniglio al forno, l’ottimo stinco di vitello al forno con patate, la cotoletta alla milanese da manuale e quel pollo alla diavola (per due persone) che da solo vale il viaggio. Ci saranno anche Fiorentina, costolette di agnello, polenta alla piastra con merluzzo mantecato.

Per i dolci chiedete ad Anna, figlia del patron. Si assaggiano crème brulée alla vaniglia e croccante al pistacchio e tortino al cioccolato con zabaione e amarene al kirsch. Questo è un locale che ha il faccino contento a tutto tondo (lo racconterò agli amici) ma soprattutto ha una tensione alla qualità che mi ha sorpreso. I gourmet abituati ai locali stellati arricceranno anche il naso, ma voglio vedere se certi fenomeni sono capaci di concepire un’impresa così, che a prezzi onesti offre qualità, buona cucina e una sana accoglienza lombarda. Bravi!

Il Gatti Massobrio

DI PAOLO MASSOBRIO

Il Taccuino dei Ristoranti d'Italia 2018

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