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La Champagne, i suoi vignaioli e le grandi Maison

Emanuela Sanavio | 19-04-2019

Un piccolo tour nella Champagne per incontrare piccoli vignaioli e grande imprese, tutti accomunati dall'alta qualità

Un tour della Champagne è sogno e desiderio condiviso, tanto dai sommelier quanto dai neofiti del vino e dagli amanti del bello, dai principianti sciabolatori o dai più riservati wine hunter. C’è chi dedica a quest’area un viaggio all’anno, chi ancora dopo la prima volta ci torna attrezzato di minivan. Chi visita solo cantine blasonate e chi invece cerca con attenzione piccole realtà dalle quali potranno nascere anche amicizie di lunga data.

Il nostro è un piccolo tour che vuole esplorare cosa esista dietro la volontà di restare un bravo vignaiolo o trasformarsi in abile imprenditore, proponendo comunque un’elevata qualità in un territorio che cambia di luogo in luogo.

André Robert è una Maison che si trova sulla costa calcarea di Mesnil Sur Oger, conta 14 ettari e 7 terroir diversi dove si coltiva soprattutto chardonnay, oltre a pinot noir e pinot meunier. L’azienda è a conduzione famigliare da generazioni e il giovane figlio che ci segue durante la visita è squisitamente didattico. Ciò che si nota in cantina sono l’assoluta pulizia e una temperatura costante. Il vino rimane sulle fecce nelle barrique per 7 mesi, durante i quali avvengono 2 batonnage. Gli Champagne sono messi in vendita dopo 7 anni sui lieviti con un dosaggio di 5,3 grammi/litro. Pauline è un premier cru composto al 70% di pinot meunier e al 30% di chardonnay. Rimane per 10 mesi sulle fecce e matura per quattro anni in barrique: mi ha affascinata per i suoi profumi erbacei e la sua spiccata mineralità.



Marguet è una Maison che strizza l’occhio al nuovo, abbracciando una filosofia olistica che segue i ritmi della terra, le fasi lunari e tutto ciò che di più lontano dalla tradizione della Champagne possa esistere. Eppure i risultati sono interessanti e, direi, appaganti. Benoit da ormai 9 anni usa il cavallo per dissodare il terreno qui ad Ambonnay e si muove sull’idea delle tre forze: minerale (terroir) vegetale (flora e vigna) animale (uomo e cavallo).

Esse, lavorando in armonia tra loro, riescono a dare origine un vino eccelso senza dover effettuare alcun intervento nelle fasi di vinificazione. Monsieur Marguet si presenta quasi più da manager d’azienda che da vignaiolo. Le sue bottiglie hanno un look affascinante e shabby chic, frutto di un sapiente marketing. Sapience 2009 rimarrà tra i migliori calici di questa indimenticabile trasferta: una cuvée millesimata in biodinamica da uve chardonnay di Trépail, pinot Meunier di Cumières e Lahaye, il pinot noir di Bouzy, Il ritratto di un vino dalle sfumature uniche.


 

Riavvicinandosi a Reims ci si sposta a Verzenay, sempre a ridosso del Parco Naturale, dove ci attende Thimotée Stroebel, quarantenne che dopo un lungo affiancamento di vigneron in Borgogna ha acquisito con sicurezza le modalità del biologico e del biodinamico e da vent’anni produce qualcosa che potrei definire tra l’ancestrale e la pozione esoterica, un fluido che trasuda sensualità e spiritualità, gentilezza e appagamento carnale, un mondo in bilico tra sacro e profano. Thimotée ci attende in cantina, momentaneamente in affitto in attesa sia pronta la sua sotto casa. Travasa Chardonnay da tini in inox a botti di legno di Borgogna usate di 2/3 anni di vita e imbottiglia il Pinot Meunier. È una persona educata, gentile e disponibile, di poche parole, un vignaiolo che preferisce far bere il suo vino e seguire attentamente le espressioni del suo ospite, per poi, una volta percepita la soddisfazione nell’interlocutore, sorridere come un bimbo che ha preso un bel voto a scuola. I terreni dove nascono le sue uve sono di sabbia, creta e argilla: una produzione limitata che si traduce in una forte concentrazione di colori, profumi e aromi. Qui a Villers Allerand le vigne arrivano a 55 anni, sono basse e ben piantate, accolgono coccinelle e umidità notturna, scendono accarezzando dolcemente i fianchi delle colline e si lasciano accarezzare dal sole in ogni sua fase. Il buon contadino le accudisce con la dolcezza e la mano ferma di un padre. Sono champagne d’indiscutibile eleganza, inizialmente austeri e poi seducenti nell’esprimersi con grazia. Davvero intrigante il suo Coteaux Champenois, un rosso degno del nome che porta, poche bottiglie da annate giuste e rese soddisfacenti. È un uomo che ha realizzato il sogno di camminare scalzo per il vigneto, difficile dimenticarlo: sono certa che se ne sentirà parlare.

 

Chi non conosce o almeno ha sentito parlare di André Beaufort e i suoi vini? C’è chi passa da lui in pellegrinaggio ogni anno ripetendo l’eucarestia delle 36 bottiglie, rigorosamente senza sputacchiera perché sono guai se non si termina il calice. La storia è nota: dopo una grave malattia il vignaiolo decide di non lavorare più con prodotti chimici e di convertirsi alla biodinamica, in una zona di Grand Cru in cui regnano chardonnay e pinot noir. Inizia così a elaborare champagne che sanno esprimere millesimi dal perlage vibrante e ininterrotto, pieni di forza longeva e spiccata acidità. Peccato non essere riusciti a visitare la cantina.

 

La grande maison è stato un bel regalo di David S. Elay, il quale si è prodigato per un breve ma intenso momento privato presso Henri Giraud. Un nuovo spazio espositivo e degustativo per amanti e buyer, un luogo nel quale apprezzare un primo approccio al territorio e poi, attraversati giardini nascosti e stanze di vetro immerse nel verde, accedere a una un tavolo dove degustare vini e assaggiare piatti. Questo per l’esigenza di completare un tasting approfondito e conoscere meglio le dinamiche che legano vino e cucina, il tutto in un ambiente è molto eco-friendly e professionale. Il personale, disponibile sa rispondere a qualunque domanda, segno di una sottesa ma abilissima attività di marketing. La più bella bevuta è Esprit, ultimo nato, con 80% di pinot noir e 20% di chardonnay, uno champagne fresco e giovane, setoso e minerale, un calice che non stanca mai.

È importante osservare come la tendenza anche per le grandi maison sia di prestare attenzione alla naturalità, cercando di usare sempre meno sostanze potenzialmente nocive ed evitando gli interventi in vigna se non strettamente necessari. Allo stesso modo l’attenzione alla sostenibilità si estende anche al packaging. Oggi si devono ringraziare quei pionieri come André Beaufort, precursori di un movimento, così come Thimotée Stroebel il quale ha iniziato dal nulla inseguendo una sua specifica realtà e con loro tutti gli altri fautori di una rinascita che esce dai confini francesi per espandersi in tutto il pianeta. Perché cibarsi e bere sono attività umanamente necessarie: far sì che avvengano nel migliore dei modi è dare un valore aggiunto a noi stessi e al mondo che ci circonda.

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DI PAOLO MASSOBRIO

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