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Il senso di Kubrick per il bar

Alessandro Ricci | 15-03-2019

In Shining ci sono un paio di scene che ogni falena da bar conosce a memoria. Protagonista l'inarrivabile Jack Nicholson (e il barman Lloyd)

La scorsa settimana, esattamente il 7 marzo, si sono celebrati i venti anni della scomparsa di Stanley Kubrick. Inutile stare a raccontare chi sia stato Kubrick per il cinema. Un gigante, come minimo, capace di saltellare da un genere all'altro, slabbrandone i confini e imprimendo ogni volta il suo inconfondibile stile. In uno dei suoi film più noti – Shining – ci sono un paio di scene che ogni falena da bar conosce a memoria. Sono quelle in cui mr Torrence (Jack Nicholson) si ritrova nel bar dell'Hoverlook Hotel, l'albergo in cui è interamente ambientato il film.

Perché sono così significative queste scene? La macchina da presa rapita in un travolgente primo piano dalla mimica di Nicholson è, di per sé, più che un valido motivo. Ma è tutto un complesso di cose, come direbbe Paolo Conte, a far sì che i due spezzoni rimangano necessariamente incastrati nella memoria come noccioline tra i denti. E molte hanno a che fare con quel che rappresenta il bar per chiunque consideri i bar una seconda casa (se non il domicilio eletto).

Nella prima scena Nicholson approda al bancone in uno stato di forte nevrosi. Il bar spunta dove prima non c'era nulla. E qui c'è il vissuto di tutti noi: una porta che si apre nella notte quando non ci si sperava più, un'insegna al neon che ci guida nella nebbia. Il bar come la zattera della medusa, apostrofo alcolico tra la tempesta e il naufragio.

Salve lloyd, c'è poca gente stasera
Lei ha ragione mister Torrence, che cosa prende?

Il dialogo si apre così. Nicholson ordina bourbon con ghiaccio, e un bicchierino. Lloyd, l'impeccabile barman, estrae una bottiglia di Jack Daniel's. I puristi diranno che il Jack Daniel's non è un bourbon, ma Tennessee Whiskey. Chiudiamo la faccenda dicendo che tecnicamente il Jack Daniel's è un bourbon, con un paio di eccezioni, e in fondo non è questo è il punto della storia.

Dopo aver pronunciato una frase che è subito citazione “è il senso del dovere che ci frega, amico mio, il senso del dovere”, mr. Torrence scopre di essere a corto di contante. Nessun problema, risponde imperturbabile Lloyd. E qui si celebra un altro mito: quello del giro offerto. Un onore generalmente riservato soltanto agli habitué, e solo in particolari giorni di festa. 

Mentre il ghiaccio tintinna nel bicchiere, s'avvia poi il lungo monologo in cui mr. Torrence svela a Lloyd di aver picchiato – una volta sola, un incidente, “una mancata coordinazione muscolare, soltanto qualche chilogrammo in più per secondo” – il suo bambino. È come una confessione. Il barman come il parroco, cui puoi dire tutto, certo della sua riservatezza. Il bancone del bar come un confessionale. Un posto dove si non si è mai soli, anche se si è da soli. E dove si è un poco soli, anche se in compagnia. 



Mr. Torrence ritornerà una seconda volta al cospetto di Lloyd, più avanti nel film. 

Cosa prende, sir?” 
E credi che sia il caso di chiedermelo?” 

Ancora bourbon con ghiaccio. Il solito che non serve ordinare, il gesto che sottolinea l'intimità di un rapporto. Jack Nicholson è sempre più folle, disperatamente folle, cotto a puntino per la sua tragica fine. Ma il bar è in festa, la musica risuona, e tutti sono vestiti come si conviene. Dimentichiamoci allora quel che è stato, di quel che è passato, e godiamoci il singolo momento, bevendo per dimenticare lo ieri e il domani. La conosciamo bene questa sensazione, è quella che ci vuole. Che sia benedetto Kubrick, glorificato Nicholson, per averla resa immortale su pellicola.

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DI PAOLO MASSOBRIO

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