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Domani un artigiano in fiera che fa riflettere

Paolo Massobrio | 01-12-2017

Conosco gente che parte da molto lontano e viene qui a Milano, perché l’Artigiano in Fiera, da 22 anni, è qualcosa di più di una fiera: è un villaggio dell’ingegno.

Quando Antonio Intiglietta, detto Inti, decise di mettere insieme quelli che creavano, pochi ci credevano. E lui, 22 anni fa, qaulche minuto prima di aprire disse a Gabriele Alberti (detto Lele, ad di Gefi): “Ma verrà la gente?”. Fu una marea, che da allora non si è più fermata, arrivando fino a 2 milioni di visitatori.
Ci sono artigiani che fanno il 50% del fatturato in questi dieci giorni e se non ci fosse stata questa fiera, non avrebbero saputo come navigare nel mare della crisi.

Poi è nato Artimondo, un e-commerce che permette agli stessi di vendere tutto l’anno, non solo in Italia, ma nel mondo. A me piace l’Artigiano in Fiera, al quale dedico due giorni diversi. Uno per cercare gli artigiani di oggetti, quelli che fanno cose belle, uniche, e quando le compri immagini di aver qualcosa di originale come se fosse stato fatto solo per te. Il secondo giorno è invece dedicato al food: non rinuncerei mai ai wurstel altoatesini, ai datteri dell’Iran, ai foie gras francesi, facendo una capatina in uno dei ristorantini regionali.

L’Artigiano in Fiera è una palestra, che qualsiasi operatore dovrebbe osservare: ci sono gli italiani che danno il vino nei bicchieri di plastica (sigh) e i francesi che ti presentano le bottiglie come fossero gioielli. E poi ti chiedi perché Oltralpe ottengono maggior valore aggiunto (?). Già. C’è il folklore dei banchetti del sud Italia e l’ordine assoluto dei Trentini e Altoatesini. E lì capisci cosa significa l’aspetto culturale, che è una chiave di lettura di molte cose.

Ora, mi vien da fare una riflessione, anche se il paragone è improprio: dureranno 22 anni, o anche solo la metà, quei megacentri dedicati al food che stanno nascendo un po’ ovunque? O saranno cattedrali nel deserto, come lo stanno diventando i centri commerciali in America? Oscar Farinetti è stato un fenomeno come Masterchef: ha fatto venire la voglia a chiunque di investire in un immobile dismesso, per fare il supermercato del cibo. E quest’anno forse rappresenta il record di aperture di questi gastroempori, dove però manca un fattore: l’artigiano, l’uomo in carne ossa. È la differenza abissale fra i 10 giorni della fiera di Milano, dove incontri storie, umanità, culture e il banco luccicante dell’ultimo palazzo dedicato al dio cibo. Hai insomma una percezione differente del business: nel primo c’è l’acquisto di un prodotto raccontato, nel secondo c’è una vendita angosciata per far tornare i conti del masterplan. Credo di aver ricevuto almeno 50 telefonate di persone che 15 anni fa avevano capito che il futuro sarebbe stato l’e-commerce: un business facile, che ha creato tanti flop. Adesso ti chiamano per l’ennesima genialata: adibire qualsiasi contenitore ai prodotti tipici. Mi hanno portato persino nelle zone industriali delle città, per raccontarmi improbabili progetti, quasi offendendosi dei miei silenzi e dei miei inviti dissuasori. Il business del cibo non si inventa da un giorno all’altro e non son tutte luci quelle che si vedono alla vista. Anche se abbagliano. Sto contando gli anni, perché presto, secondo la legge della ciclicità degli eventi, non si parlerà più dei contenitori stile Torre di Babele, ma la bottega artigiana sarà la novità. La stessa che anima questa fiera, nata dalla passione di Inti di mettere in rete la gente che lavora facendo venir fuori il bello... e anche il buono.

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DI PAOLO MASSOBRIO

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